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STARGATE
n° 3 Giugno 2000

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L'OPINIONE: CONTATTI

 
L'Uomo sulla collina

di Pablo Ayo
 
 

Un samurai chiese a un maestro Zen di insegnargli la differenza tra Paradiso ed Inferno. Il maestro allora si mise a beffeggiare il guerriero finché questi, furente, estrasse la spada per ucciderlo. Allora il monaco Zen si fece serio in volto e gli disse: "Ecco, ora dinanzi a te si sono spalancate le porte dell'inferno". Il samurai, colpito dalla frase del maestro, riacquistò l'autocontrollo e, dopo una breve esitazione, rinfoderò l'arma. A quel gesto il monaco gli disse: "Ora hai di fronte la strada per il Paradiso".
Un uomo, fermo sulla cima di una collina, guarda. Scorrono davanti ai suoi occhi in silenzio scene solo apparentemente insignificanti, ma rappresentative del tempo. Tempo che non esiste, inganno degli dèi. Allora l'uomo, schiavo della falce di Crono, osserva il mutare delle stagioni umane. Cambiano le possibilità tecnologiche, segnali di fumo nello spazio satellitare delle telecomunicazioni, radiazioni magnetiche collegano due persone lontane senza che si dicano niente di importante. Chirurghi da 40 milioni ad operazione che lasciano morire - assistiti da fatiscenti strutture pubbliche - chi non si può permettere il loro intervento, deus-ex machina senza cuore. Macchinari che permettono di compiere quaranta volte più velocemente il lavoro di dieci uomini, licenziati, per sfornare prodotti nocivi alla salute e che nessuno voleva. La pubblicità sforna necessità inesistenti (una volta si viveva anche senza stereo hi-fi e turbo a iniezione elettronica). E l'uomo sulla collina vedendo ciò che chiamano progresso si domanda se il dono della tecnologia valeva il perdere il senso delle cose, la proporzione.
Loro, gli antichi, conoscevano le risposte; anzi, erano risposta e domanda, estremizzazione di un pensiero cognitivo. L'oggi, qui, adesso era sinonimo di "per sempre", di "ogni giorno della tua vita". Domani è un miraggio creato da Crono, un dio falso nel cui nome intere popolazioni condizionano la propria esistenza.
L'uomo sulla collina pensa a quando sulla Terra giunsero visitatori da altrove, stelle o mondi lontanissimi. Le leggende ci insegnano come crearono l'essere umano mescolando il loro DNA all'uomo di Cro-Magnon. Gli insegnarono come coltivare la terra, come incidere delle lettere su papiri e sulla pietra, come calcolare il tempo e le stagioni, come leggere i segni nel Cielo e interpretare i simboli nella Terra. Gli diedero delle leggi, semplici, di rispetto e di giustizia, perché si potessero autoregolamentare.
Poi qualcuno andò oltre. Nelle nebbie del passato, uno degli antichi venuti da lontano disse: "Perché non insegnargli anche ad usare i nostri macchinari e a vivere come noi, tra le stelle? È ingiusto negargli le vastità del cosmo". Ma l'uomo non era pronto per la potenza del Cielo, la forza sprigionata dall'Atomo. E così distrusse se stesso e le città create per lui dai visitatori. Non rimasero che rovine, simulacri del crollo di un'era atlantidea. E anche in quei ruderi entrarono gli dèi, per requisire i macchinari ancora intatti, perché l'uomo non si era dimostrato maturo per farne uso. Così fu loro preclusa la via per le stelle, occasione perduta, ma non per sempre. L'uomo sopravvisse all'uomo e dalle ceneri del Giorno dell'Ira nacquero altri uomini, lasciati alle mansioni semplici cui li si voleva destinare in principio: coltivare, allevare, costruire palazzi e crescere, capire, imparare. Meditare, pregare, trascendere la carnalità con l'arma dello spirito. Trascorsero millenni, l'uomo costruì e l'uomo distrusse. Si mostrò animale generoso e sanguinario, intelligente e bestiale, caritatevole e assassino. Il DNA degli dèi si scontrava ogni giorno con il DNA del Cro-Magnon, nel cuore di ogni uomo. La bestia in noi vuole possedere, divorare, conquistare e uccidere. Il dio in noi, o se preferite l'angelo che vive nel nostro sangue, ci incita a migliorarci, a perdonare, a capire, a costruire, a difendere gli inermi e a sperare laddove la speranza è tutto ciò che rimane. La speranza è l'oro dei poveri. E a quasi dodicimila anni dallo sprofondamento di Atlantide, l'uomo sulla collina guarda i suoi fratelli nella vallata.
Alcuni svuotati dalla ricerca infruttuosa di un benessere materiale tanto transitorio quanto irraggiungibile, il "pié veloce Achille" dell'anima. Pochi, lottano per ridare senso a ciò che quasi non ne ha più: navigano veloci come guerrieri dell'arcobaleno a fianco di baleniere e petroliere per salvare anche un metro cubo di mare pulito, volano sulle ali della pietà come angeli senza frontiere, ricucendo con pezzi d'amore e ago di sutura ciò che l'odio inconsapevole dei loro fratelli scellerati ha dilaniato e amputato. Mine come cuori gonfi d'odio che esplodono nel terreno riarso del Nordafrica o del Medio Oriente. Corrono come difensori della vita tra i palazzi in fiamme o nel fuoco incrociato delle gang di Los Angeles, bagnandosi del sangue di chi ha quattro proiettili in corpo. E ogni anima salvata al disastro, ogni essere strappato agli artigli di una morte sempre troppo rapida e inattesa, è una conquista, è un lembo di eternità ripreso dall'abisso in cui l'umanità era sprofondata. È ritrovare il senso delle cose, il rapporto corretto tra vita e morte, tra il "Carpe Diem" e il "per sempre". E ogni volta che strappiamo qualcuno dal fango, ogni volta che spingiamo e tiriamo e sosteniamo questa infinita cordata della vita, ritroviamo il nostro posto nel mondo, quello vero, quello che ci sarebbe spettato da sempre e che gli dèi, giocoforza, ci tolsero. Prima di ridarci gli antichi doni, dovremo meritarli. La Bibbia afferma che Adamo e quasi tutti i primi patriarchi vissero per secoli. Il tempo dell'uomo è stato accorciato dalla falce di Crono? E, se un giorno ne saremo meritevoli, torneremo a vivere mille anni? Se chi ci guarda dalle stelle giudicherà la sua opera compiuta, verranno consegnate all'uomo le chiavi per il Paradiso? Chissà. Intanto, l'uomo sulla collina guarda e spera. Spera che gli antichi siano pazienti con le loro creature, inconsapevolmente risolutrici di un dilemma universale: quello che contrappone l'odio e l'amore, la distruttività e la creatività, la carnalità e la spiritualità. Dilemma che gli dèi, nella loro saggezza, non sono riusciti a risolvere, e che hanno demandato all'uomo. Per questo ora gli extramondo si affannano a comprendere "l'equazione umana".
Lentamente l'essere umano ha riscoperto il potere dell'Atomo e come incanalarlo. Domina l'energia elettrica senza capire nemmeno cosa sia. Usa comunicatori cellulari che danneggiano un corpo astrale che ignora persino di avere. Eppure, gli antichi ci guardano e sperano. Che il passato non abbia a ripetersi, si dicono. E angeli invisibili scendono tra noi per correggere il tiro, per suggerirci le battute giuste nei momenti peggiori. Come durante la crisi missilistica di Cuba - vero prologo alla Terza Guerra Mondiale - o nei giorni bui della persecuzione nazista. Perché si fa l'albero a Natale? La gente ignora che si tratta del sacro Yggdrasil, l'albero a cui Odino rimase appeso nove notti e nove giorni per apprendere il segreto delle Rune. Ora è solo un simulacro, un parcheggio per regali spesso superflui e fatti per abitudine. Perché si beve il vino e si spezza il pane in chiesa? Per gli antichi egizi la birra rossa o il vino erano il nettare che l'Ennade divina dava a chi passava il giudizio di Anubi e guadagnava l'immortalità, vivendo tra gli dèi. Chi beveva quel vino viveva per sempre. E così alcuni cercano di recuperare l'antico significato di simboli e riti, per capire quali insegnamenti gli antichi visitatori volevano trasmettere. Per riguadagnare la strada per le stelle, vincendo il demone che alberga in ogni uomo. Per sciogliere quel mistero che gli dèi posero nel cuore dell'uomo. Perché, fintanto che gli uomini saranno pericolosi e l'equazione umana irrisolta, le Stelle saranno loro interdette. E l'uomo sulla collina rimane in silenzio a guardare i suoi fratelli e a sperare.


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